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ADRIAN YOUNGE

ADRIAN YOUNGE

Adrian Younge ha una passione incredibile per le colonne sonore, per i concept album e per riprendere il passato mettendolo a posto nel presente.

Lo ha fatto, tra gli altri, con Delfonics e Souls Of Mischief ad esempio.

Una discografia immensa, articolata, nella quale a volte sembra difficile potersi immergere completamente perché Adrian Younge è uno di quelli che la creatività la prende sul serio (produttore, musicista, film maker) e con un incredibile senso del multi tasking porta avanti progetti diversi tutti insieme. Facendolo in maniera eccellente.

E poi ha un negozio di dischi a Los Angeles e il suo collaboratore più recente è Ali Shaheed Muhammad di A Tribe Called Quest con il quale lavora alla serie ‘Jazz Is Dead’.

La sua cifra stilistica è quella dell’artigiano.

Lavora in analogico, non usa emulatori, i suoni sono veri e il lavoro certosino.

La sua etichetta, Linear Labs, fa di questo approccio ovviamente un vanto e per quello che mi riguarda di certo c’è la consapevolezza che rispetto a tanto fast food di produttori qui siamo di fronte a uno chef stellato.

C’è anche un legame particolare con la musica “made in Italy” e in particolare con alcune prospettive di un certo tipo di cinema e da qui il suo amore per le colonne sonore.

Che addirittura compone sia per opere esistenti (ad esempio la serie Luke Cage) o per opere che non esistono e ne fa un disco con Ghostafce Killah.

E queste sono solo alcune delle pennellate che possono dare un’idea della complessità di Adrian Younge. Una complessità che trova un punto altissimo di equilibrio nel suo lavoro più recente che è ‘American Negro’.

“We aren’t aware enough of black history, nor of the integral role black people have played in building America. There is an educational sterilisation going on and it’s my duty to make people understand that history of racism – something America has pioneered.”

Un progetto che ha l’ambizione di raccontare 400 anni di storia americana dalla prospettiva dei neri che lui stesso definisce il suo ‘What’s Goin’ On’. E ne ha ben ragione.

Adrian Younge è uno che conosce il mondo in cui opera e sa che non basta un concept album per quanto magistralmente orchestrato come ‘American Negro’ e che questo è un progetto al quale serve di più.

Ecco quindi che oltre alle 26 tracce del disco ci sono un podcast che si intitola ‘Invisibile Blackness’ con interventi di Chuck D, di Ladybug Mecca di Digable Planets fra gli altri che si trova gratuitamente su Audible qui e ‘Tan’ un cortometraggio che arriverà su Prime Video a sigillare la transmedialità del progetto.

Non gli basta più unire i puntini, bisogna mettere quei puntini sulle i. Bisogna fare in modo che la gente possa accedere alla storia del razzismo per capire meglio di cosa si tratta, per fare in modo che le persone siano consapevoli oggi quando vedono il razzismo e non minimizzino questa violenza dietro cliché o stereotipi o – peggio ancora – come qualcosa che non li riguarda.

Adrian ha studiato giurisprudenza, si è specializzato nella branca legata all’entertainment, suo padre era avvocato, lui ha insegnato legge e questa volta sale in cattedra.

“Racism is a learned behaviour and one America developed through building its nation on the backs of slave labour and those economic gains. America is a slavocracy: it is a nation founded on bigotry, and those principles continue today. People might think racism no longer exists because there is no longer a slave system, but they don’t realise the laws that enabled the slave system still put us in a position where we have to jump over insurmountable handicaps to just become equal.”

L’immagine scelta per il disco è quella del linciaggio, lo stesso che Billie Holiday ha cantato in ‘Strange Fruit’ e lo stesso che costituisce in primis la trama di “The United States vs Billie Holiday” che è uno dei film più importanti del 2021.

A pensarci bene l’impiccagione dei neri, nel sud degli USA, semplicemente per il colore della loro pelle era una pratica che i bianchi utilizzavano come teatro, dove i bianchi prendevano i souvenir, dove si scrivevano le cartoline per dire “io c’ero”, uno spettacolo dell’orrore e della bassezza umana, il simbolo agghiacciante di un razzismo sistemico. Lo stesso che ha ucciso George Floyd, Eric Garner, Trayvon Martin, “say their names”…

Lo stesso che penalizza le persone per il colore della loro pelle, che le uccide, che “They can’t breathe”.

Un messaggio forte e chiaro quello di ‘American Negro’ che lo stesso Younge sintetizza così:

“Ho voluto che questo progetto potesse essere una sorta di ‘What’s Goin’ On’ inquadrato dalla prospettiva di James Baldwin che si aggancia a Marvin Gaye e che viene assistito da David Axelrod”

David Axelrod (che è uno dei riferimenti di Adrian Younge insieme a RZA del Wu Tang Clan) preso come unicum nell’attitudine di Younge dentro e fuori dal suo lavoro con la produzione per la leggenda jazz Cannonball Adderley, con Lou Rawls e come musicista poi campionato anche da Dj Shadow nel monumento ‘Endtroducing’ (ad esempio in ‘Midnight In A Perfect World’) , da Macy Gray (I Try), e Dr Dre (The Next Episode) per citare alcuni degli oltre 500 artisti che hanno “preso” da Axelrod.

“Quindi ci ho messo il soul e la psichedelia ma ho voluto comunque che fosse estremamente accademico e ho usato lo spoken word. Ci sono io che parlo per alcuni minuti spiegando i temi e poi parte una canzone che riflette quello di cui io stavo parlando. Ho voluto creare quel meccanismo della tradizione orale tipica della cultura black come se questo disco fosse la continuazione di quelle conversazioni. Per me l’anima, il soul, è quando tu parli con l’aiuto dei tuoi antenati e per me questo lavoro è semplicemente la continuazione di quest’anima, libera, perché nessuno ci viene a dire quello di cui possiamo parlare. Questa volta avrei potuto metterci soltanto della musica, ma avevo bisogno di veicolare un messaggio chiaro, preciso, perché posso comunque fare anche altra musica ma non ho tante possibilità di parlare alla gente di questi argomenti e farli entrare nel mio mondo”.

 

Puoi ascoltare The American Negro qui: