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Babyface ha fatto saltare gli schemi dell’America

Babyface ha fatto saltare gli schemi dell’America

Babyface si chiama Kenneth Brian Edmonds e il suo soprannome deve tutto ai suoi tratti somatici e glielo ha dato Bootsy Collins.

Babyface è americano, è un cantante, un autore e un produttore. Nero.

E l’America di Babyface è quella con tutti i suoi status quo tossici.

La famiglia è intesa nello schema madre padre figli. Rigorosamente patriarcale. Famiglia nella quale è assolutamente logico che sia il maschio a comandare, organizzare, decidere. Almeno fino al momento in cui a torto o a ragione finisce in galera.

E allora la moglie, fino a quel momento – per lo status quo – adatta solo a rammendare, a cucinare, a prendersi cura solo dei figli diventa il perno su cui si basa tutta una serie di cose.

Il lavoro, sottopagato perché sei donna e per di più nera. L’istruzione, che per te non è stata ritenuta importante tanto saresti stata una semplice casalinga. L’organizzazione della famiglia con i turni del tuo lavoro sotto pagato e i ragazzi a scuola e poi cresciuti in tua assenza dalle strade. I ragazzi che – volenti o nolenti – prima o poi imboccheranno (a torto o a ragione) la stessa porta varcata dal padre quando non lo videro più tornare a casa.

L’America per i neri, l’America del perbenismo, il Sogno Americano che si disintegra se solo lo guardi bene e fra le righe. Solo perché sei nero. E quindi o giochi a basket e fai l’hiphop o finisci in galera, come dice 2Chainz. Se sei un maschio vero.

In tutto questo tu ti chiami Kenneth e perdi il padre quando sei giovane, sei il quinto dei sei fratelli di casa, sei introverso e timido.

Beh, se sei Babyface forse arrivi anche a scrivere la colonna sonora di Waiting To Exhale.

In questo contesto ci sono i trent’anni di Babyface.

Sembra semplice tracciare una biografia di Babyface seguendo soltanto le nozioni come un elenco puntato di traguardi, riconoscimenti o premi.

Più interessante invece andare a farsi un giro nelle coordinate della sua valenza culturale che arriva in un momento in cui alcuni schemi scricchiolano e altri vengono fatti letteralmente esplodere.

R&B is the one thing that has influenced every kind of music. Every artist that there is, from those that are sung the most to Adele – you know, she was so influenced by so many R&B artists and soul music – it’s clear in her writing that that’s where it comes from. BABYFACE

Sono gli anni 90 ma lo status quo in America è complesso, soprattutto per la gente nera, dicevamo.

Lui timido oltre ogni limite vive il rapporto con le donne della sua vita prima attraverso la scrittura, poi nella vita reale. Con una sensibilità nuova che fa saltare altri schemi. In particolare quello del macho e della mascolinità tossica, quello del dover sempre lasciare in secondo piano la donna nel mondo, quello che come uno schiacciasassi ha minato alla base un’artista come Whitney Houston intrappolata dalle meccaniche dell’industria ad essere nera ma non abbastanza nera quindi gestita in modo da piacere al pubblico bianco in nome del business (come se lei fosse mai stata meno brava se avesse avuto la pelle di un altro colore e finendo per essere rifiutata dal pubblico nero perché lei a loro non sembrava né naturale né onesta almeno fino al 1990), forzando ogni aspetto del suo talento per mettere in mostra un talento solo nella luce che avrebbe fatto comodo allo status quo e alle persone meno oneste che ti erano accanto tutti i giorni, in famiglia.

E ci saranno conseguenze, negli anni 90.

Una rinascita culturale, quella dei 90, il seme di una rivoluzione nella quale apparentemente in modo banale è Kevin Costner a lavorare per Whitney Houston (maschio bianco alle dipendenze di donna nera), è Queen Latifah ad essere la protagonista di Set It Off e la stessa Whitney cambia il paradigma in Waiting To Exhale. Guarda caso con lo zampino di Babyface.

Prima c’è Toni Braxton, introdotta da Boomerang, il film, e da lì nell’Olimpo dell RnB con ‘Love Shoulda Brought You Home’ che è la campanella d’inizio di un’altra storia e di un’estetica nuova, anche a livello culturale perché la storia di Toni Braxton è fatta di vittorie stratosferiche, diritti conquistati, schiena dritta, conseguenze atroci a causa di pregiudizi e disuguaglianze, riscatti e forza d’animo.

Il filo conduttore? L’estetica di Kenny Edmonds. L’estetica dell’RnB e sicuramente di una parte consistente degli anni 90.

Nonostante sia diluita per diventare interessante per il pubblico bianco, la narrazione di Waiting resta una narrazione femminista. Nera. Commentata dalle canzoni di un maschio, nero. Che per riuscire nell’intento è l’unico nome possibile per sensibilità e credibilità di autore che sa come entrare in una canzone che deve essere cantata da una donna e scriverla dalla prospettiva femminile facendo saltare tutti gli schemi dello status quo.

Del resto Babyface lo ha fatto per anni, gli viene naturale entrare nel punto di vista di chi interpreterà quella canzone e scrivere qualcosa che l’interprete possa riconoscere, vivere, trasmettere.

Un cast stellare, perché le donne della colonna sonora di Waiting To Exhale sono già tutte delle star quando vengono chiamate per cantare quelle canzoni. Dentro ci sono Aretha Franklin, Whitney Houston, Patti La Belle, Chuck Khan, Mary J Blige, Toni Braxton e un’emergente Brandy. E lui ha qualcosa da dire per tutte, ha il modo di far sentire tutte loro a proprio agio nelle canzoni. Niente da fare: questa è una cosa che hai oppure non hai. Se ti chiami Babyface va tutto bene. Anche se hai Whitney Houston che ci mette del suo nella selezione delle compagne di colonna sonora e poi tutto deve essere approvato dal regista, dal produttore, da chiunque sia minimamente coinvolto nella produzione della pellicola.

Poi purtroppo il film in Italia vede il titolo tradotto in ‘Donne’, perdendo altra connotazione, ma la storia resta la stessa. A Phoenix in Arizona quattro donne e le relazioni con gli uomini e tra di loro. Tutte impegnate a trattenere il fiato fino al giorno in cui incontreranno l’uomo della loro vita. Sisterhood, la chiamerebbero quelli della strada.

La sensibilità, la vulnerabilità sdoganata di Babyface è l’ingrediente che permette a tutto questo di diventare un simbolo. Ed è questo il cardine sia dell’estetica RnB degli anni 90 che della rivoluzione che ha visto come condottiero Babyface. Un uomo che non ha paura di essere vulnerabile, di mostrarsi vulnerabile, di usare la vulnerabilità per trasformarla in empatia e diventare uno dei più grandi autori di RnB anche per voci femminili.

Questa piccola finestra cela un universo. Questa piccola finestra ti regala soltanto un dettaglio della nostra sola, unica, grande storia. Una piccola porzione degli anni 90 quando ci sono altri schemi che sono saltati in aria, dopo che sono saltati in aria quelli degli anni 70 e degli anni 80 e ancora non sono saltati tutti quelli buttati all’aria da Beyoncé, per dirne una.

È una piccola finestra su Babyface, una delle figure cardine della musica che onora la storia, onora l’arte in sé stessa e contemporaneamente ci regala momenti memorabili quando la suoniamo. Direi che fin qui non è affatto una cosa da poco.

 

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