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Blackness è la storia degli uomini. E il libro di Carlo Babando.

Blackness è la storia degli uomini. E il libro di Carlo Babando.

Blackness è la storia degli uomini. E il libro di Carlo Babando.

 

“Bianco e nero, padrone e schiavo, come scritte al neon che si illuminano nel presente sfruttando e alimentandosi con la corrente nel passato. Ma quando inizia per l’esattezza quel passato?”

(Carlo Babando, "Blackness")

 

Già, ma chi è Carlo Babando?

È quello che scrive di musica su Blow Up, che spaccia dischi in centro a Bologna da Semm, che insegna storia alle superiori, che si dedica a un programma all’interno delle carceri minorili, che a volte la butta in caciara e guida un podcast, che ha scritto un libro su Marvin Gaye che ne dipinge nitidamente l’umanità all’interno di un contesto complicatissimo come la musica – nera – a cavallo tra gli anni 60 e 80.

Carlo Babando è anche quello che vedi nella foto qui sopra e che mi ha raccontato queste cose, partendo dal titolo del suo libro, Blackness.

Che è una storia di uomini dove ci sono la politica, la musica, la storia, la gloria e il fallimento, l’orgoglio e la paura.

Che è una storia attorno alla quale abbiamo chiacchierato in una delle nostre telefonate-fiume. Questo dialogo lo trovi qui sotto: ho tolto le mie parti perché è più bello stare a sentire Carlo, a voce sola, in prima persona.

Cos’è la Blackness?

Parto dal presupposto che la blackness sia un elemento radicato nella dimensione nera, non necessariamente afroamericana.

La blackness può essere comunicata e in qualche modo compresa da un bianco ma la blackness non riguarda e non ha mai riguardato i bianchi.

Se parliamo di neri, l’essere nero non ti conferisce automaticamente l’essere “Blackness Approved”, non hai un certificato.

La blackness è qualcosa che coltivi e che ha molto a che fare con la storia dell’Africa e del suo popolo.

Storica, sociologica e che un nero che sia americano o italiano non può non conoscere.

Quando parlo di blackness e cultura nera, in ogni ambito in cui mi accade – quindi sia nelle scuole quando insegno storia che quando parlo e scrivo di musica – entra sempre e comunque in ballo la cultura africana. Spesso quella non contemporanea.

Blackness: alla ricerca di un “anno zero”

Guardando a come stanno le cose oggi risulta evidente come Africa e America siano sempre più separate.

Uno degli episodi che chiariscono questa cosa è quello relativo alle critiche che ha ricevuto Beyoncé da parte della comunità africana e le accuse di essere stata troppo edulcorata nel rappresentare la blackness all’interno del suo progetto legato al Re Leone della Disney.

Spostando il discorso solo sull’Africa non si può prescindere dal tenere in considerazione il fatto che l’Africa è un continente. Gli africani hanno rifiutato l’immagine che viene data di loro come semplici uomini “pitturati” e con le gonnelline di paglia come invece lo stereotipo ha sempre raffigurato.

Da qui inizio a porre delle domande, partendo dal rapporto tra Africa ed Europa per arrivare fino all’ RnB contemporaneo attraversando gli ambiti quindi della storia, della musica e della letteratura.

Proprio in letteratura c’è un libro importante, quello di Booker T. Washington, che spesso viene preso come “anno zero”. Certo, la figura di Booker è importante, è una figura centrale della politica statunitense e conoscitore dell’Europa.

Ancora più indietro però dovremmo tornare a Leone L’Africano.

Quello può essere un altro punto di partenza, la convenzione di un “anno zero” allineando il rapporto tra continente Africano e continente Europeo attraverso la prospettiva mediata dalla cultura araba nordafricana.

Leone visse a Roma, tanti secoli fa, e rappresenta uno degli anelli di congiunzione tra le culture africana ed europea a cavallo con la scoperta dell’America.

Spostandoci sul piano della musica è facile notare che la prospettiva si muove a prescindere da queste coordinate.

Se pensi al triangolo atlantico che unisce i tre vertici Africa, America ed Europa e alla storia al suo interno è facile capire che sia una storia ancora in divenire.

Noi contemporanei ci riferiamo oggi, quindi, dentro questo triangolo, al periodo che sta a cavallo tra il medioevo e la storia moderna e usiamo come cesura fra i due momenti storici la tratta degli schiavi.

Possiamo partire da lì, è vero, ma la storia tra uomini neri e uomini bianchi, tra Africa ed Europa è iniziata molto prima di questa data, il nostro “anno zero” è molto tempo prima.

Pensa anche alla Bibbia dove questa storia è presente nel cantico dei cantici, pensiamo alla Regina di Saba:

“Sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come i padiglioni di Saba”

(Cantico Dei Cantici -1,5)

E anche al fatto che nelle rappresentazioni della natività ci sia Baldassarre, che è uno dei tre Magi, ed è nero ma è anche quello dei tre che è più distante da Cristo.

Il rapporto tra bianchi e neri

Quello che io mi sono proposto è l’analisi di questo rapporto tra bianchi e neri, un rapporto che non vede necessariamente prevalere gli uni sugli altri.

Si parla di razza con troppa faciloneria, da entrambe le direzioni.

Diventa necessario entrare nella complessità della storia dell’Africa.

E solo facendo questo sforzo possiamo renderci conto della logica che ribalta uno stereotipo della storia europea.

Diventa infatti impossibile pensare all’Africa come protagonista necessariamente e ineluttabilmente perdente.

Bisogna conoscere i rapporti tra i due continenti per capire come è andata, anche quando si parla di tratta degli schiavi perché anche qui dobbiamo andare indietro nel tempo, ben prima delle riunioni degli schiavi in Congo Square a New Orleans.

Sicuramente quello di Congo Square è un momento importantissimo: da lì facciamo risalire la nascita del jazz e delle contaminazioni tra la poliritmia africana e la melodia europea, ma ancora una volta non siamo andati sufficientemente indietro nella storia.

La schiavitù

La schiavitù era un istituto che in Africa aveva una tradizione secolare che vedeva muoversi uomini da una parte all’altra del continente e arrivare in Europa ancora prima che gli europei raggiungessero Capo Bojador e quindi l’africa subsahariana.

Esisteva già, pur avendo connotazioni diverse da quelle impostate dalla cultura europea di allora. La condizione di uno schiavo in Africa (prigioniero di guerra, ad esempio) non era uguale alla condizione dello schiavo nelle colonie americane ed era ancora diversa dalla condizione di schiavo all’interno della cultura dell’Impero Romano.

Possedere schiavi, in Africa, voleva dire avere un mezzo per lavorare la terra poiché essendo diverso il concetto di proprietà privata nell’africa subsahariana era quindi necessario impiegare il capitale umano (oggi le chiameremmo risorse, nda) nell’agricoltura. Non si possedeva davvero la terra, ma i suoi frutti.

Lo schiavo era, tra le altre cose, anche uno dei mezzi che servivano per coltivare i campi. Il suo era a tutti gli effetti un trattamento diverso proprio in relazione a una storia diversa dell’istituto della schiavitù.

Nel libro ho cercato di semplificare questi passaggi che ho distillato anche dall’enorme lavoro di John Thornton, eminenza in merito alla storia del rapporto tra Europa e Africa, permettendo di comprendere a grandi linee queste differenze fondamentali.

È quindi importante che questo concetto, questo panorama storico venga condiviso e fatto arrivare soprattutto a coloro che sono inclini a credere che il bianco sia superiore al nero, che ci sia la consapevolezza di non essere schiacciato da un’ipotetica e non vera superiorità del bianco europeo.

Il bianco europeo non è arrivato in Africa dotato di intelligenza superiore che gli ha permesso di ingannare il popolo di un intero continente.

Il popolo africano non è mai stato un popolo di ingenui.

C’è anche Amiri Baraka che ha portato avanti questo pensiero in maniera molto dura e quando scriveva di musica lui lo faceva anche per parlare di molto altro.

Oppure, anche se in maniera più edulcorata, Barack Obama quando rivolgendosi alla società afroamericana criticava il vittimismo dell’uomo afroamericano il quale, spesso, non conoscendo la storia e il passato guarda all’Africa come a una terra di schiavi – e da qui cade nella spirale del vittimismo, del perdente per natura –  invece che a una terra di re quale l’Africa è sempre stata.

We’ve got to say to our children, yes, if you’re African American, the odds of growing up amid crime and gangs are higher. Yes, if you live in a poor neighborhood, you will face challenges that somebody in a wealthy suburb does not have to face. But that’s not a reason to get bad grades, that’s not a reason to cut class, that’s not a reason to give up on your education and drop out of school. No one has written your destiny for you. Your destiny is in your hands—you cannot forget that. That’s what we have to teach all of our children. No excuses. No excuses.

You get that education, all those hardships will just make you stronger, better able to compete. Yes we can.

(Barack Obama, NAACP Centennial Convention)

 

L’orgoglio africano di Sampa The Great (ad esempio).

Come dire, vediamo da una parte un’esaltazione, giusta, della cultura africana da parte di artisti africani e dall’altra a volte assistiamo a un’esaltazione dell’Africa da parte degli artisti americani che si rivela più ingenua.

Questo proprio perché spesso quel che manca è la presa di coscienza in merito alla storia africana.

Per dialogare alla pari con un uomo bianco è fondamentale avere la consapevolezza – provata da fatti storici, non da racconti mitologici – che nessuno dei due è superiore all’altro. Questo è fondamentale stamparselo bene in testa.

L’orgoglio africano non ha bisogno di rifugiarsi nello splendore del passato dell’antico Egitto che è sempre visto come qualcosa di più importante rispetto al passato dell’Africa subsahariana. La stessa cultura, la stessa grandezza ci sono in Mali, in Nigeria, sono storie diverse ma sono sempre e comunque storie di re.

Queste sono dinamiche a cui dobbiamo stare attenti.

Le dinamiche interne al continente africano spesso non arrivano in Europa, ma nemmeno negli Stati Uniti.

L’immaginario egizio che spesso ha connaturato jazz e soul storicamente non è aderente al retroterra culturale di chi è arrivato negli USA con le navi negriere dalla Africa occidentale.

Blackness, oggi.

Oggi c’è bisogno di parlare di determinati argomenti.

Anche se a volte le chiavi sono troppo ingenue da parte degli artisti e dei media.

Dopo l’ennesimo omicidio, quello di George Floyd (e andiamo oltre al fatto che lui fosse colpevole o meno, non è nemmeno più quello il punto della discussione), dove questi fatti accadono come se fossero la normalità anche di fronte a telecamere che li riprendono e li documentano, allora è ancora necessario parlarne.

Quello che è successo “dopo George Floyd” ha rappresentato a Minneapolis la presa di posizione di un movimento.

Black Lives Matter non è mai riuscito a ottenere un riconoscimento politico durante la presidenza Obama.  Pur restando importante a livello di attivismo sociale, come tutti i movimenti rischia di essere frainteso dai media e anche da chi lo sostiene e marcia con il pugno alzato.

Abbattere la statua di Colombo senza conoscere la storia atlantica è un gesto che perde totalmente di senso e fa perdere di senso al movimento. Black Lives Matter non vuole dei leader, si vuole muovere a livello di strada e oggi rischia di perdere il focus perché a lui si fa riferimento per parlare di questioni anche molto secondarie, spogliando il suo scopo e virando su una comunicazione superficiale che porta al fraintendimento e alla strumentalizzazione.

Una buona cassa di risonanza per raddrizzare queste storture è quella di chi il microfono in mano ce l’ha per lavoro, come gli artisti. E con loro chi si occupa di immagini, di cinema.

Quando parlo di Jordan Peel come regista e soprattutto del suo “Get Out”

Cerco di mostrare che il suo punto di vista non banale e non ingenuo è quello che serve a noi oggi.

Non è necessario rivedere il Black Power delle pantere nere: oggi ci sono strumenti culturali diversi, meglio sincronizzati con il tempo che stiamo vivendo.

Non è la capigliatura afro o il basco nero, oggi dobbiamo puntare su altri riferimenti oppure crearne di nuovi.

Il rischio che si corre, ora, è quello di vedere che qualcuno alza il pugno e da questo pretende di legittimare con un gesto la sua musica prendendo però le distanze, ad esempio, dal disco funk. E per altro nel disco funk c’erano disseminati un bel po’ di argomenti spinosi per l’epoca.

Beyoncé

Mi capita, lavorando in un negozio di dischi, di entrare proprio in queste dinamiche. Ad esempio capita che chi oggi supporta Beyoncé, ai tempi delle Destiny’s Child avrebbe ignorato e forse anche schifato la loro musica.

Poi accade molto spesso che la stessa Beyoncé metta insieme i due mondi, apparentemente lontanissimi tra di loro.

Lei si dichiara donna emancipata, ammette al tempo stesso di essere totalmente immersa nel black capitalism, poi va a Coachella e giustamente piazza sia ‘Freedom’ che ‘Lift Every Voice And Sing’ che ‘Single Ladies’.

E il suo ascoltatore con questa cosa ci deve fare pace.

E oggi Beyoncé forse non sarebbe stata Beyoncé senza i pezzi delle Destiny’s Child così come da un’altra parte non ci sarebbe mai stata ‘What’s Goin’ On’ senza ‘Ain’t No Mountain High Enough’.

Quando nel libro parlo di musica pop(olare) entro in queste zone d’ombra, nelle dinamiche all’interno del mercato discografico (e sottolineo mercato) dove l’obiettivo finale che dobbiamo sempre tenere presente è quello di vendere.

Certo si può far passare un messaggio politico, ma il messaggio deve pur sempre passare dentro un mercato.

Come quanto accaduto per la Blaxploitation.

Certo, film di frontiera, film rivoluzionari per certi versi, ma sempre all’interno di un mercato – quello cinematografico – che puntava a far staccare biglietti alle sale.

Ti confronti con il mercato, ci sei dentro, è ineluttabile.

E noi da questa parte dobbiamo farci pace con questa cosa perché non è l’essere un artista di nicchia che ti legittima nel portare avanti determinate istanze, così come non lo è il contrario.

Su questo argomento noi la dobbiamo smettere.

Bisogna sporcarsi le mani, la storia della musica black è tutta collegata.

Anche facilmente collegabile basandosi semplicemente sui dati biografici piuttosto che artistici.

Sono tutte traiettorie di uomini e donne calati in un contesto storico. Dal Doo Wop al rap, alla musica che esce oggi, sono le traiettorie umane che tracciano la blackness.

E il libro, Blackness, tenta di porre più domande piuttosto che dare risposte.

L’ho concepito come moto generatore di quesiti, è una indagine, un mettere i bastoni tra le ruote a coloro che vorrebbero che tutto fosse andato proprio così come ce lo raccontano gli stereotipi e i cliché cercando di raccontare invece l’orgoglio nero che è – a conti fatti – quello che io intendo per blackness.

Outro

Ho scritto ponendomi nella mia solita prospettiva: quella dell’uomo.

Io sono sicuro che c’è una grossa parte di chi popola questo paesaggio di blackness che vuole informarsi, approfondire, non arrendersi ai cliché.

Incontro adolescenti che si approcciano al rap con curiosità e che se guidati attraverso i contenuti che abbiamo disponibili sui media sono certo possano essere stimolati correttamente per andare oltre al dato che arriva loro da YouTube ed entrare in una prospettiva di approfondimento e conoscenza.

Scavare nei contenuti per arrivare al nocciolo. Alla storia degli uomini. Alla blackness.

 

Se facciamo un salto nel tempo fino a oggi, è facile accorgersi di come la musica afroamericana, soprattutto nell’ultimo ventennio, abbia mostrato di voler recuperare simboli e suggestioni attingendo proprio da quello che è stato definito il suo periodo “classico”. (…) Lo sta facendo, ancora una volta, frullando senza soluzione di continuità ciò che è stato realmente con quello che, invece, si vorrebbe soltanto fosse successo: un bell’abito da sera dal taglio vecchio stile ma, al tempo stesso, perfettamente al passo con i tempi. (…) Un grattacielo che ancora è tutto in via di costruzione, pieno di impalcature e ponteggi, ma che potrebbe venire fuori più bello che mai; o franare miseramente sotto il suo stesso peso. (Carlo Babando, “Blackness”)

Se sei arrivato fino a qui, dopo tutte queste parole, ci vogliono i suoni.

E i suoni sono presi dalle pagine di ‘Blackness’ anche se si fermano più o meno a metà del viaggio (una scelta precisa, quella di fermarsi in questo caso a ‘What’s Goin’ On’ di Marvin Gaye poiché una playlist “ufficiale” c’è e la trovi qui). Per l’altra metà ti serve un sacco di curiosità ma di certo molto di quello che troveresti in una playlist più lunga l’hai già inserito nelle playlist che ascolti di solito.