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Un dialogo con Carmine di Django Concerti

Un dialogo con Carmine di Django Concerti

Django Concerti l’ho sempre identificato nella persona di Carmine (anche se così, precisamente, non è).
Non abbiamo mai avuto l’opportunità di prenderci una birra insieme, di persona, così lo abbiamo fatto a distanza dato anche il periodo.
Ci siamo messi a chiacchierare, a ruota libera, su questioni che sono partite da come oggi venga vissuta la cultura in Italia e quali sono le difficoltà oggettive di chi opera in un settore come quello musicale dove apparentemente la cultura è un ostacolo (lo so, è un paradosso, ma è più tangibile di quanto non possa sembrare).

Carmine fa parte di Django Concerti che è un’agenzia che si occupa di distribuzione di spettacoli sia di artisti italiani che internazionali.
Tra quelli che fanno parte del roster ci sono tra gli altri Davide Shorty, Claver Gold, Murubutu, Inoki Ness, Godblescomputers, Johnny Marsiglia e a livello internazionale fra gli altri Seun Kuti, Nicko Demus, Chico Trjuillo. Collaborano anche con Mos Def, Talib Kweli, Alpha Blondy, Lee Scratch Perry… insomma, una bella compagnia.

Django Concerti si occupa della musica compresa tra world music e Hip-hop con il tocco magico di essere caratterizzati dall’attitudine di sottolineare il progetto culturale degli artisti dietro al progetto discografico. Se parliamo della nuova onda musicale, Django Concerti è più vicino all’Afro Beat che alla trap.

A proposito di cultura, siamo in un periodo storico molto delicato. Da una parte la pandemia che ha evidenziato le inadeguatezze da chi da una parte dovrebbe tutelare la cultura e dall’altra le abitudini del pubblico che apparentemente si è abituato alle brutte abitudini. Senza però dire sempre che l’inferno sono gli altri, quali possono essere i segnali positivi?

Credo che al giorno d’oggi ci voglia davvero tanta determinazione per portare avanti un progetto musicale e culturalmente elevato, soprattutto in una nazione piccola come l’Italia dove il mercato musicale nazionale è ristretto, con la predominanza delle canzoni imposte delle major e di quelle che arrivano dall’estero oltre confine. Mai come in questo momento credo che la musica sia un prodotto usa e getta.

Si sfornano singoli ogni 28 giorni per tenere vivo l’algoritmo di Spotify. Oramai si fa musica per gli algoritmi di queste app: ma cosa sarebbero queste app senza la musica? Voglio dire: gli artisti pensano di aver bisogno di Spotify ma è Spotify ad aver bisogno degli artisti. Prendere coscienza di questo già potrebbe aiutarci a immaginare quanto ogni artista sia fondamentale perché dalle loro idee, dalla loro genialità, da un guizzo, vengono generate delle emozioni in grado di colpire più persone. Invito i musicisti a pensarlo con consapevolezza ma senza presunzione.

Purtroppo però viviamo una nuova era dei juke box: oggi sostituiti, appunto, da Spotify e simili. La gente preferisce ascoltare singoli, piuttosto che dischi e quindi si è persa anche l’abitudine di lavorare ad un album, a meno che tu non abbia una fan base solida pronta ad accoglierlo. Per cui ne son rimasti pochi di artisti che fanno musica per esigenza di esprimersi: si cerca, invece, di assecondare le influenze del momento, imitando le mode, a discapito dell’originalità. Molti brani sembrano di plastica e oramai lo diciamo da troppo tempo: la plastica inquina. Ma non vorrei che passasse il messaggio che scrivere una canzone pop sia da tutti. Anche per quello ci vuole talento e anche tanto.

E il problema sta proprio in questo: molti giovani artisti credono che per raggiungere il successo sia sufficiente iscriversi a un talent, cercare di avere visibilità e farsi illudere dallo stato mentale in cui oramai tutti viviamo, quello del “tutto e subito”.

Per cui, se devo pensare a dei segnali positivi, li vedo in gente come i Calibro 35 che dopo anni e anni, in giro per l’Italia a conquistarsi il pubblico attraverso dei concerti di altissimo livello, finalmente sono riconosciuti come una tra le migliori band della nostra nazione (e non solo). Credo che, come in tutti i lavori, bisogna avere tanta determinazione, costanza e talento. E sono certo che la gavetta sia fondamentale. Ma sai, è anche tutta una questione sociologica.

Martin Luther King parlava dell’istinto del tamburo maggiore, quello che va davanti: una posizione in cui tutti, o meglio in molti, vorremmo essere.
Immagina quindi se ti prospettassero questo ruolo, saltando la fila, senza attendere, per ottenere successo. Unica possibilità per farlo: devi rinnegare quello che hai espresso culturalmente e musicalmente fino a quel momento; prendere o lasciare. Tu che faresti?
Oramai non è più una colpa: viviamo in una società senza ideali dove non ci scandalizziamo più se un politico passa da un partito all’altro, per cui, ci mancherebbe se devo crearmi problemi se ieri facevo rap e oggi il mercato vuole che io sia rock.

Rispetto allo stato generale di un comparto “industria musicale” credi sia solo una questione di compromesso quindi? Cioè sdoganare la marchetta della tv per l’arte che si esprime attraverso la musica è come dare per normale un paradosso secondo me. Ed è un concetto che per me è irricevibile.

Intendo esattamente questo. Paradossale, certo, ma oggettivo.
Il brano che ha più successo in Italia, in questo momento, è una marchetta ben costruita da chi fino a qualche tempo fa suonava altro. Spesso si lascia credere che la discografia sia diventata più democratica anche grazie all’utilizzo dei social, e che le major intercettino gli artisti in base al loro “hype” su Spotify, piuttosto che su Instagram; mentre prima erano le major che ti aiutavano a costruirtelo.
È parzialmente vero.
Lo sarebbe se le major prestassero attenzione anche a quegli artisti che fanno rap underground e hanno più ascoltatori e paganti di Anna Tatangelo (per esempio), o che vogliono sentirsi liberi di cantare in inglese o in qualsiasi altra lingua del mondo: in Italia se non canti in italiano, non vieni neanche considerato dalle major.
Allora a quel punto se fai rap underground diventi Fabri Fibra e se canti in inglese fai come Elisa.

Ma queste cose ci sono sempre state. Ad esempio, negli anni 70 c’erano le sigle delle trasmissioni tv, poi i comici, poi ancora i cartoni animati e tutta una serie di produzioni pensate per avere la strada spianata e possibilmente durare una stagione e via. Dall’altra parte è bene ricordare che però avevamo tutto un altro piano di lettura in cui si muovevano quegli artisti e quella musica che oggi viene definita “classico”. Su questo piano si muovevano anche tutti quegli attori che si dedicavano allo sviluppo degli artisti, ad avere la pazienza per farli crescere, per far loro trovare una strada propria…

Pensiamo ai talent.
Oggi molti artisti vogliono partecipare ad Amici, a X Factor. Sono dei format che, a mio parere, danno maggiore visibilità ai giudici che agli artisti, tranne in rari casi ovviamente.
Ma anche lì, c’è il totale controllo delle major che sfruttano il canale televisivo (che poi si riflette sui social e Spotify) per confezionare già un prodotto bello e pronto, prontamente avviato sul mercato. Non so se ti è mai capitato di vederlo, ma ad Amici ogni settimana stilano la classifica degli inediti dei partecipanti, con più ascolti su Spotify: e ne hanno già milioni su milioni, alcuni hanno già vinto dischi d’oro stando ancora nel programma. È un trampolino di lancio che serve anche, molto e soprattutto alle discografiche.
Io, da indipendente, con Django Concerti non ho la stessa forza, per cui se un giovane artista vuole provare ad avere successo (nel breve o lungo periodo che sia) e imporsi, io per primo potrei consigliargli di passare tramite un talent. Credo che l’immagine che meglio rappresenti questo concetto possa essere la pianta della scarpa di un gigante che prova a schiacciarti: o ci resti stecchito, o a furia di resistere ci metti così tanta forza da riuscire, non solo ad opporti, ma a venirne fuori irrobustito.

C’è molto ottimismo da parte degli addetti ai lavori. Mi vengono in mente soprattutto i vari proclami di Assomusica che sono rimasti anche nei fatti solo proclami e comunicati stampa senza alcuno sviluppo concreto.
E poi c’è una realtà come Django Concerti che si rimbocca le maniche e mette la musica nei teatri facendo in modo che le persone la possano ascoltare, che le persone possano approfondire anche in maniera “laterale” un evento come Dantedì…

Era così difficile secondo te strutturare nello stesso modo un’operazione come L’Ultimo Concerto che ha fatto giusto due ore di rumore su Twitter – in particolare da parte di chi era deluso da un annuncio che si è tramutato in una protesta che ha coinvolto più i sostenitori di quei gruppi che non le Istituzioni cui era indirizzata (almeno negli intenti, la gestione non la commento neanche)?
Poi secondo me ci sono stati artisti che si sono messi in prima linea a fare da baluardo a questa “iniziativa” e 48 ore dopo erano ad esibirsi sul palco di Sanremo come se nulla fosse successo e senza nemmeno accennare a questo grosso problema dei locali chiusi al netto di una incomprensibile spilla appuntata alla giacca. A me è sembrato vagamente ipocrita. Una brutta conclusione di una cosa iniziata male e gestita peggio.

Ci sarebbe tantissimo da dire su questo argomento.

Quando è partita la pandemia e ci siamo ritrovati tutti quanti a dover fare i conti con l’incertezza, ci si è cercato di organizzarsi facendo rete, ognuno in base al proprio campionato in cui giocava.
Perché poi, ognuno ha i propri interessi e le proprie esperienze e non tutti la viviamo nella stessa maniera questa crisi. Ci sono le multinazionali che ne approfittano per acquisire gli artisti e noi indipendenti che restiamo a guardare, afflitti nei problemi della praticità quotidiana in cui, da una parte, pensiamo se ci saranno i concerti in estate, ma ancor prima dobbiamo capire se, riusciamo ad arrivare alla fine del mese.
Però, onestamente, io credo che i Movimenti vadano costruiti nel tempo e non davanti a un’emergenza. Solo il tempo ti lascia capire quali sono i propositi, i leader, le intenzioni.
Onestamente, proprio per questa ragione, sono stato molto diffidente perché sin dal principio ho immaginato che nel momento in cui ci sarebbe stata una ripartenza, tutti sarebbero tornati a sbranarsi per le briciole.
È lavoro, c’è concorrenza. Dobbiamo essere realisti!
Però credo che in molti ci abbiano messo passione, determinazione e concretezza. Tra questi La Musica Che Gira che si è fatta promotrice de L’Ultimo Concerto.
E’ un peccato che sia stato frainteso. Il concetto che gli operatori volevano esprimere era “dispiacetevi con noi per il coito interrotto” piuttosto che “arrabbiatevi perché non vi abbiamo fatto vedere come si fa l’amore”.
Noi come Django Concerti abbiamo lanciato un’altra iniziativa, realizzata da una cooperazione con Unipol Arena, in cui ci sono 4 artisti che si esibiscono in altrettanti palazzetti italiani, tra i più noti, suonando “The Sound of Silence” senza pubblico: un’immagine struggente. Questo è un progetto a supporto di “Bauli in Piazza”, ad esempio.

Rispetto all’argomento Sanremo al di là di tutto il circo delle polemiche che ci sono state (facciamo, non facciamo, mettiamo il pubblico, lo togliamo) nel momento in cui c’è una macchina organizzativa ed economica come quella del Festival che ha a disposizione un budget davvero importante a me sembra ottimo che si proponga di fare tamponi a tutti su scala quotidiana, che ci sia attenzione rispetto alla sicurezza di artisti e pubblico (anche se poi il pubblico non c’è stato). Penso però che se Django Concerti dovesse aderire a un protocollo di quel tipo sarebbe difficile sostenerne i costi. Perché alla fine si dovrebbe far ricadere quel costo sul prezzo dei biglietti e non sarebbe fattibile. Potrebbe esserlo se lo Stato garantisse tamponi gratuiti a tutti i cittadini (come sta accadendo in UK), permettendo a chi non ha il COVID di svolgere le normali attività. Per cui si sarebbe dovuto spiegare alla gente la differenza che c’è tra un’organizzazione come quella di Sanremo e quella in cui si è costretti a lavorare altrove. Guardiamo all’esperimento che è stato fatto a Barcellona: 5mila persone che assistono a un concerto, senza distanziamento ma con mascherina, in un palazzetto con tamponi all’ingresso. Tutto bellissimo ma è un’operazione economicamente insostenibile per ogni organizzatore comune. Per cui puoi farlo se hai le economie per renderlo possibile. Sanremo le aveva.

 

L’artista è Davide Shorty, vincitore del Premio Sala Stampa Lucio Dalla a Sanremo, del premio Enzo Jannacci Nuovo Imaie 2021 e il premo Lunezia per Sanremo 2021 per il valore musical-letterario. Ora è sotto la “tenda” di Django Concerti pronto per i palchi (e dal vivo è una garanzia). Il 30 Aprile esce ‘fusion.’ il suo secondo disco solista e questa è la mia preferita della quale ha parlato anche Mookie (che è la mia newsletter preferita).

 

Beh, però lasciami sottolineare che la polemica di pubblico sì, pubblico no e di nel teatro sì e quindi apriamo anche tutti gli altri è stata lanciata proprio da… altri artisti.

Guarda, io ero coinvolto in prima persona con Django Concerti per Davide Shorty quindi l’ho vissuta in un certo modo.
Però se non avessi avuto un artista presente probabilmente l’avrei vissuta seguendo la scia della polemica. Siamo un popolo di rosiconi, mi ci metto dentro.
E spero che tutti possano avere la mia stessa onestà perché quello che ho spiegato prima (sulla possibilità di Sanremo di poter fare il festival col pubblico in sicurezza, nda) è oggettivo.
E poi, sempre rifacendomi a quelle polemiche del “pubblico a Sanremo si ma nei teatri no”, ora chiedo: “il fatto che al festival non ci sia stato pubblico, ha poi permesso di portarlo negli altri teatri?”. Io non ne vedo ancora. Torniamo sempre lì, è la percezione di chi può esserci e quella di chi invece non può esserci secondo me che fa le regole del gioco e alza o abbassa le polemiche.

Con Carmine siamo partiti da un dettaglio per poi allargare il quadro e alla fine arriva l’apertura sui massimi sistemi e la condivisione che oggi pigramente si metta tutto nel calderone R&B tanto da trovare un’enorme confusione e tanto da trovare affiancati i nomi di Jazmine Sullivan e quello di Justin Bieber. Io ne ho già scritto qui e poi anche qui e siccome ancora non ho cambiato idea non riporto le stesse considerazioni. Quelle di Carmine, invece, sì.

Siamo portati a dover etichettare tutto. Ci diventa difficile andare al di là delle differenze artistiche. Noi come esseri umani, abbiamo la possibilità di accesso a ogni tipo di informazione di approfondimento, ma ci soffermiamo a leggere i titoli piuttosto che gli articoli, e poi diamo a quel titolo un senso nostro e ne parliamo in quella chiave. Ad esempio, sarebbe bello sapere chi, ha avuto la pazienza di leggere questa intervista fino a questo punto.

All’inizio questo discorso applicato all’ R&B faceva sorridere perché è evidente che a noi quella musica arriva dopo un processo di canalizzazione culturale e musicale che giunge direttamente dagli Stati Uniti e ci arriva di prepotenza.
Quello che stava succedendo anche con l’Afro Beat, musica nigeriana, arrivata sul mercato americano e che pian piano arriverà sempre più anche da noi. E’ la stessa cosa che è accaduta col reggae: Bob Marley diventa una star negli Stati Uniti e poi arriva in Europa. Ma questo vale per tutto. Gli Stati Uniti esportano cultura più di tutti, sono una grande nazione in cui convivono tante etnie e la canalizzazione delle mode è quasi un esperimento sociale su bassa scala da riportare poi in tutto il mondo. Però nonostante l’enormità di sfumature che la musica può avere, viene tutto semplificato in qualche genere, che mi sembra più un’etichetta da affibbiargli per farlo recepire con immediatezza, che una catalogazione musicale definita. Pensiamo sempre a Spotify e al nome delle playlist. Cosa sono se non etichette, brand? In questo modo, a mio avviso, si cerca anche di avere un controllo sociologico della musica che – lo sappiamo benissimo – è in grado di influenzare la società. Se pensiamo che le major si sono appropriate di generi appartenenti alla sottocultura, come il rap mettendolo al servizio della frivolezza piuttosto che dell’impegno, o che di indie, nell’indie, ci sia rimasto solo il nome (e appunto l’etichetta), abbiamo la reale percezione di quanto sia sempre tutto più controllato e banalizzato.

È uscito il nuovo disco dei 99 Posse e probabilmente il ragazzino di oggi non se ne fa nulla, perché la protesta è anacronistica, perché gli è stato messo in testa che quella musica è per vecchi, che non dice più nulla, che pensare a quelle cose non ti fa essere figo e quindi è meglio lasciar perdere.
Io ho quasi 36 anni e un nipote che ne ha 18. Con lui parlo tantissimo di musica perché a me interessa sapere cosa muove i ragazzi e da parte sua c’è un interesse ad andare più in là di quanto non gli venga imposto. Ma è fortunato perché ha un interlocutore che gli fa vedere un po’ più in là. Non tutti i ragazzi oggi hanno questa possibilità, purtroppo.

Collegandomi ancora ai 99 Posse, c’è una loro frase per me fondamentale:

Sono la garanzia che c’è la democrazia
Ma vogliono che io stia nella mia bella corsia
Che se si accende la spia arriva la polizia

Nel momento in cui noi pensiamo che negli Stati Uniti (e ragioniamo in questo senso come riferiti a un mercato a parte) ci sono esempi di musica che comunque porta temi socialmente impegnati all’interno del mainstream.
Questa Musica c’è perché fa parte del gioco. Pensiamo ai The Roots: sono la band di Jimmy Fallon, in uno dei programmi più seguiti degli Stati Uniti.
In Italia, a livello politico, non c’è nessuno che dissente davvero.

Oggi io sono contento di avere nel roster di Django Concerti artisti come Inoki Ness e Murubutu. Da una parte Inoki che pur rapportandosi al mondo discografico di oggi ha fatto un disco che è molto libero dal punto di vista artistico e dall’altra Murubutu che nel backstage viene raggiunto da ragazzini che gli dicono che stanno studiando sui suoi versi, lo chiamano “professore”. Entrambi si discostano dai temi del mainstream e sono casi piccoli, per carità, ma sono un segnale.
O ancora penso anche a Davide Shorty sempre molto attento alla parità dei diritti civili.
Ci vuole molto coraggio oggigiorno a parlare di questo nella nostra nazione.

Un’amara constatazione, qualcosa con cui dobbiamo fare i conti.
Carmine ed io ci salutiamo qui.
Resto con la consapevolezza che persone che vogliono bene alla musica nonostante tutto ci siano e che Django Concerti sia uno di questi punti di ritrovo.
Siamo partiti da una domanda, ne abbiamo sollevate altre cento, provando a dare qualche risposta.
Forse è questo il bello: porsi domande.
Alle quali cercare di rispondere ciascuno per il nostro piccolo con disarmante sincerità anche a costo di essere più scomodi del mainstream (o dello status quo).