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Il Soul di Philadelphia

Il Soul di Philadelphia

Il soul di Philadelphia è stato senza alcun dubbio una delle forme musicali più popolari nei primi anni settanta.

La partenza è quella che abbiamo conosciuto con il soul di Memphis, della Stax e della Hi Records. Da qui, l’aggiunta di un parco strumenti quale archi e fiati sistemati in maniera da conferire un tappeto lussureggiante alle composizioni.

L’attenzione nella composizione è anche attenta alle linee pop che si avvantaggiano in più di un’occasione delle influenze jazz nelle strutture.

Le voci? Beh, le voci restano soulful come qualsiasi forma precedente sia stata data al rhythm and blues.

La filosofia del soul di Philadelphia, del Philly Soul, è quella di un team di produttori. Kenny Gamble e Leon Huff, spalleggiati spesso da Thom Bell. Sono queste le persone dietro quel suono che ha distinto (e costruito) un genere.

Sono loro ad utilizzare una band creata appositamente per questo suono, in modo che  fosse riconoscibile sempre e su tutte le produzioni, che definisse lo stile, che desse modo ai musicisti di essere autori e arrangiatori e di forgiare un suono: il loro.

Circa trenta i musicisti coinvolti, a turno, tutti sotto il nome collettivo di “Mother Father Sister Brother”, MFSB.

Da indipendenti, anche se fu la Sony (dopo i primi passi insoddisfacenti con la Atlantic) a distribuire capillarmente il catalogo della Philadelphia Records.

Gamble e Huff non erano dei novellini quando fondarono il soul di Philadelphia. Nei loro curriculum c’erano già produzioni importanti per Wilson Pickett, Dusty Springfield e i primi due dischi dei Jacksons dopo l’uscita da Motown.

Sopra il tappeto distintivo di queste composizioni, una passerella di talenti inarrivabile.

Il lustro del Philly Soul è dato anche dalle voci di O’Jays, Harold Melvin And The Blue Notes (chi ha detto Teddy Pendergrass?), Patti LaBelle, Lou Rawls – giusto per elencare un poker.

Prima della “disco” è il soul di Philadelphia ad essere ballato, anche grazie alle aperture strumentali dei brani e alle loro versioni estese.

Si pensi, ad esempio, a “The Love I Lost” di Harold Melvin And The Blue Notes che su album ha una durata di oltre sei minuti e su singolo va ad occupare entrambe le facciate oppure l’inno di MFSB (la band che suona praticamente su tutta la produzione Philadelphia Records) “Love Is The Message” che su sette pollici viene tagliata a poco più di due minuti, sono sei quelli che occupa sull’album e undici quelli della versione ‘discomix’.

Un lavoro che ha dato soddisfazioni (e ne sta dando ancora, questi suoni sono a tutt’oggi riconoscibili, ballati e apprezzati), anche se quelle ufficiali vengono tributate a Gamble & Huff soltanto nel 1989 grazie alla cover da parte di Simply Red di “If You Don’t Know Me By Now” di Harold Melvin And The Blue Notes.

Anche nel caso del soul di Philadelphia, la musica ha un messaggio. E non soltanto nel titolo di un album di O’Jays, ma in quasi tutte le copertine – lussureggianti, come il suono che ricoprivano. Spesso, infatti, è lo stesso Gamble a vergare piccole note incorporate nelle grafiche dei dischi come questa, di “Wake Up Everybody”

Wake Up Everybody

Sicuramente il tratto distintivo del soul di Philadelphia è stata la marcata componente personale. Altrettanto vero che questa componente lo ha reso un sentiero del Soul che per molti versi oggi ascoltiamo nell’ RnB e prima ancora abbiamo ascoltato negli anni d’oro della disco-music. Diversi sono i tentativi di riportare questa estetica, questi suoni (con molto meno “lusso”) in alcune delle uscite “retro” di oggi.

Manca sempre qualcosa.

Per questo la playlist che vi propongo oggi è quella che viene presentata sul sito ufficiale di Gamble & Huff, non è necessario aggiungere altro. Basta premere Play e si è immediatamente a Philadelphia, nei Sigma Sound Studios.

E di tanto in tanto, quasi come per magia, arriveranno quelle note che hanno poi riproposto Fugees, John Legend, The Roots, Communards e che hanno sedotto il Bowie di ‘Young Americans’.

 

 

 

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