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Lo stato dell’ RnB

Lo stato dell’ RnB

Lo stato dell’ RnB – che è un’etichetta più che un genere musicale – è oggi quanto mai irrequieto.

I cambiamenti sono all’ordine del giorno (e proprio per questo la sua descrizione viene aggiornata più spesso del tuo feed di Instagram e proprio per questo non me la sento di definirlo perché se cambia continuamente come diamine lo definisci?).

Se vogliamo rifarci a qualche pagina precedente di questa nostra sola, unica, grande storia, non possiamo che osservare come l’influenza di altri “generi” vicini (il soul, il rap, il jazz, l’onnipresente gospel) sia sempre stata presente e altrettanto sempre osannata dal pubblico. Che comunque accoglieva di buon grado le escursioni in musica classificabile comunque come vicina. Un po’ come fa l’algoritmo di Spotify quando ti dice che “potrebbe piacerti anche…”

C’è stato, però, un fattore di sicura rottura che spesso non viene preso in considerazione nella nostra sola, unica grande storia.

È internet.

Già, perché internet ha i link, e con i link salti di palo in frasca (tipo se parti da questo link non so dove vai a finire, magari anche fuori da questo sito) e così le linee di demarcazione (e le etichette, sì, anche le etichette) vanno un po’ a farsi benedire. E anche l’algoritmo, qualunque esso sia.

Perché seguire un discorso con i link smaterializza, devia, porta altrove. Possibilmente fuori dalla bolla.

Volendo partire da quello spazio empirico che sono diventati i Grammy, ora per l’RnB di categorie ce ne sono diverse: la Best RnB, la Best Traditional, la Best Progressive. Questo perché è stata cancellata la ‘Urban’ da quando si è deciso che Urban sia un termine razzista (e su questo personalmente sono d’accordo, al di là del significato che nel contesto è razzista proprio perché ‘Urban’ fa schifo).

“Urban è una parola in codice che l’industria usa per la musica che non gradisce. Ma se il mondo la ama… allora è pop”. (Tricky Stewart, produttore di ‘Umbrella’ di Rihanna)

Diventa quindi difficile orientarsi, soprattutto per il pubblico che alla fine non ci capisce più un accidenti, ma probabilmente nemmeno si pone il problema.

Soprattutto perché tutto quello che non hai capito lo metti nel “Progressive” e te la cavi con poco senza esporti. E alle persone, quando ascoltano la musica che a loro piace, della tua etichetta non interessa nulla. Lo stato dell’RnB è proprio questo: per quanto tu lo voglia incasellare, lui non ci sta.

Si diceva, anche per l’RnB è arrivata “l’internet”. La prendo un po’ larga.

Prendo il caso del Lights On Festival del Settembre 2019.

Questo festival organizzato da H.E.R. e dal suo team ha raccolto 14.000 persone in un palazzetto per ascoltare quello che viene definito come “nuovo RnB”. Forse è il “progressive RnB” di cui parlano i Grammy. O forse nulla di tutto questo.

Di fatto a questo festival si sono esibiti Daniel Caesar, Ari Lennox, Summer Walker, Kiana Ledè, DaniLeigh, Lucky Daye.

C’è chi dice di averli visti H.E.R. e Jeff Robinson (che precedentemente ha lavorato con Alicia Keys) sorridere nel vedere il sold out fatto da artisti che hanno meno di 25 anni in media e che ha venduto tutti i biglietti in uno spazio temporale pari a mezz’ora.

Sì, va bene, ma cosa c’entrano soul rap jazz gospel, le categorie dei Grammy e un festival di emergenti in America e internet con me? Lo so che te lo stai chiedendo.

Se negli anni 90 (e anche 00 ad essere onesti) le componenti dell’RnB erano i generi adiacenti che facevano capolino e in particolare il gospel era decisamente evidente, oggi è un meltin’ pot di cose, sono tutti i percorsi dei link che spezzano le descrizioni e le definizioni.

Sembra che oggi chiunque venga inserito nel calderone dell’RnB abbia la sola urgenza di affermare che “ok, la mia musica ha a che fare con l’RnB ma non mi mettere in una scatoletta perché potrei seguire un altro link e pur restando fedele a una matrice RnB tu non sapresti più da che parte sei voltato quando mi ascolti”.

Dove prima era facile individuare il gospel, dove era il festival del melisma (l’ho raccontato qui) oggi la contaminazione vede allineati dei pianeti molto più strani e meno identificabili.

C’è RnB, rap, Afrobeat, rock, pop, latino, elettronica, ambient. E non ci stanno più nelle radio, fanno confusione, non sono così immediati da essere riconosciuti al volo, non sono così….pop da essere rassicuranti per occupare un posto tra un whatsapp dell’ascoltatore e il commento al post preso dai social fra una pubblicità e l’altra (il discorso delle radio è serissimo e doloroso, non so se avrò mai la voglia di affrontarlo e non c’entra con lo stato dell’ RnB).

Si chiama progresso, bellezze. Non Progressive (che non ha senso), ma progresso. Del resto dovremmo esserci abituati.

Anche perché se tutti avessero semplicemente cantato come Sam Cooke noi non avremmo mai avuto Marvin Gaye e se oggi tutti cantassero come Mary J Blige noi non potremmo avere la quantità enorme di bella musica che possiamo ascoltare e che proviene sempre dalla storia della black.

Insomma, oggi non avremmo né Frank Ocean né SZA, né The Weeknd, né Serpentwithfeet né Nakane né 6Lack e nemmeno Drake o Ella Mai. Facciamocene una ragione.

Loro sono artisti nati da contaminazioni, da lungo lavoro su addizione e sottrazione di elementi presi dalla tradizione o dalla contaminazione e alcuni inventati di sana pianta o presi dai link.

Forse è proprio per tutte queste cose che o non ne parliamo più o lo chiamiamo tutto RnB. Identificando una sensazione, una conseguenza, un effetto.

Oggi lo stato dell’ RnB ha anche parecchi svantaggi perché è proprio questa sua (nuova?) natura a fare in modo che le luci della ribalta non siano accese completamente su di lui. Fa lo schivo, si nasconde e quindi per il mass market diventa irrilevante, ti dicono che è morto, che non esiste più. E invece, semplicemente, si è spostato un po’ più in là.

Non un’etichetta messa su dei dischi per facilitarci la vita. Lo stato dell’ RnB oggi è questo, ed è bellissimo perché si apre a mille nuovi colori.

Tutto sommato anche questo fa parte delle cose belle della musica black.