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Michael Henderson: da Miles a Mobb Deep e oltre

Michael Henderson: da Miles a Mobb Deep e oltre

Michael Henderson è uno di quegli artisti a cui si bada poco, purtroppo.

Nella musica black senti sempre più spesso nominare (giustamente, eh) i Toto, per fare un nome, che hanno suonato un po’ ovunque ma senti molto meno parlare di Henderson. A meno che tu non stia parlando con qualche appassionato livello “pro” anche negli ambiti della musica black: lui l’ha percorsa in lungo e in largo grazie a un talento veramente speciale.

La sua sintesi parte con la sequenza di nomi con i quali ha collaborato: Marvin Gaye, Aretha Franklin, the Dramatics, Doctor John fino ad arrivare ad essere insieme al suo mentore James Jamerson una delle firme eccellenti dei “bassisti Motown”.

Stevie Wonder lo chiama per suonare con lui dal vivo e una sera al Copacabana di New York all’inizio del 1970 è successa una cosa che può suonare tranquillamente così:

  • Ciao Stevie, sono Miles, come va giovanotto?
  • Ciao Miles, tutto bene mi fa piacere tu sia passato a sentirci. Sai ho una band che mi piace un sacco, un bel tiro, tutto quello che mi serviva. Siamo appena tornati da Londra dove abbiamo registrato il concerto e la Motown fa uscire un disco dal vivo.
  • Sì, Stevie, vi ho sentiti alle prove. Ho una cosa da dirti, ma parliamo dopo il concerto. Dai.

E dopo il concerto, Miles disse una cosa soltanto a Stevie:

  • Stevie. Quel fottuto bassista viene via con me.

E così Michael Henderson finisce in studio, sotto la direzione di Miles Davis, nel periodo tra il 1970 e il 1977 (quello per intenderci di un tipo di Miles elettrico, quello del tributo a Jack Johnson e fino a Dark Magus dove in mezzo c’è “On The Corner” che è una delle meraviglie assolute). Diventa parte della sua band. E quando registrano “On The Corner” in studio conosce Mtume. E cresce, ancora. Fino a diventare l’icona di un certo modo di suonare il basso “fusion”, fino ad entrare nei campioni di Snoop e LL Cool, entrando anche nei pezzi di Jay-Z, Eminem, Notorious BIG e Rick James.

“Sì, perché c’è poco da fare.” pare che Michael abbia detto un giorno a Miles quando Miles era nel suo giorno di buon umore (gli capitava una volta ogni due anni circa) “Vedi, a me fare jazz così con te piace un sacco però sento che per stare bene davvero devo tornare indietro a fare il soul, il rythm and blues, il funky. Magari anche cantare, che con te non si canta mai e fare le canzoni che hanno il groove, che fanno ballare le mie amiche, che fanno il finimondo con i lenti, quelle cose lì”.

E Miles, piano piano, lo lascia andare. Suo malgrado.

E mentre sta chiudendo il suo percorso con Miles è lui che viene arruolato da Norman Connors (che di ritmica se ne intende) per metterlo in “You Are My Starship”. Come voce insieme a Phyllis Hyman e proiettarlo al di fuori del comparto Jazz e successivamente dentro i campioni nei pezzi di Mobb Deep.
In quel disco c’è altro, sempre con la voce di Michael Henderson, e ‘Valentine Love’ viene ad esempio campionata da Frankie Beverly (in ‘Golden Time Of Day’) e da Nas (‘Life Is Like a Dice Game’). Questa cosa, stranamente, fece piacere anche a Miles. Davis.

Micheal Henderson pubblica in rapida sequenza sei dischi in sei anni. Il secondo è “Goin’ Places” dove duetta con Roberta Flack in ‘At The Concert’ e scrive con Ray Parker Jr (un altro che è ovunque, ti sbuca in un sacco di dischi che nemmeno te ne rendi conto) ‘Let Me Love You’. Le tastiere le suona Herbie Hancock.

L’anno dopo è quello di “In The Night Time”, una delle sue zampate creative più apprezzate dal pubblico. Il disco coniuga l’anima funk e asseconda il lato quiet storm.

Micheal Henderson è sempre stato considerato maggiormente per il suo lato romantico rispetto a quello funk, ahimè, rappresentato da una sequenza killer composta da “I Can’t Help It”, “Whip It”, “Happy” e “Wide Receiver”.

Ah, “Wide Receiver”, certo.

Ovvero quel pezzo che ha scritto perché conosceva molti dei Pittsburg Steelers e degli Houston Oilers. E Michael andava a vedersi le loro partite. Soprattutto quando le squadre si confrontavano direttamente. Quella volta l’arbitro fece un errore madornale annullando una meta agli Oilers.

Un dettaglio, in una partita della NFL. Che è diventato un mostro funk.

C’è un salto al 2012, in particolare l’8 Ottobre 2012, da Jimmy Fallon, dove in “Do Not Play List” viene inserito “Slingshot”, il suo disco del 1981. Scelta particolare in quanto il disco è il più romantico di Henderson fino a qui. E ancora più particolare perché avere una menzione da Jimmy Fallon beh è una cosa da superstar (certo, meno da superstar di avere un tuo pezzo cantato da Beyoncé nel set di Coachella, ma Michael sa accontentarsi e va avanti a fare concerti in tutta tranquillità).

Tutto questo per Michael Henderson, di Detroit, che ha iniziato a suonare il basso a 13 anni da autodidatta e ci ha messo tre anni per entrare in Motown e salire sui palchi con le leggende della black music.

Lui, Michael Henderson che ha imparato dai migliori musicisti al mondo, musicisti che potevano suonare senza problemi il jazz, l’r&b e il pop estraendo sempre l’anima dalla musica, di qualsiasi genere di appartenenza. Una visione altissima che va riscoperta attraverso il suo repertorio.

Anche lui uno dei protagonisti di questa nostra sola, unica grande storia perché unisce puntini apparentemente lontanissimi che partono da Miles Davis e arrivano all’Hip-Hop passando dalla fusion e da un sacco di bella musica.

Una selezione (ma piccola) la trovi qui sotto. Se ti incuriosisce, vai avanti e perditi fra le note. E’ sempre una bellissima passeggiata.