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SAULT

SAULT

SAULT.

È il nome della capitale della lavanda, ma per me è il nome di un collettivo che ha segnato profondamente la musica e i miei ascolti del 2020.

Quando me ne ha parlato Michele, che scrive attorno alla musica e di questo disco ne parla su rockol, ho subito pensato che qualcosa doveva esserci e che me l’ero persa.

Due dischi in tre anni, un progetto che fa del mistero una delle cifre stilistiche, un profilo basso per un disco alto.

Una sorpresa che a volte ti culla ed altre ti spiazza, uno di quei dischi che ascoltandolo ti chiedi “ma sono seri?” e ti rispondi che “sì, sono seri e si capisce che tutto ha un senso”.

Il senso di “Untitled (Black Is)” lo decodificano tutti quelli di cui ne scrivono o ne parlano. Il senso del disco è dentro il disco.

Quando arriva “This Generation”

It’s time to wake up.

We have walked the walk many years

we have espressed our voices.

People have died

Nobody listened, nobody cared…

This generation cares.

Ci sono due dischi, prima di questo, enigmatici e intitolati “5” e “7”. “Untitled (Black Is)” è la prosecuzione dello stesso viaggio, di questa discesa in tutti i colori della musica black.
Anche se questa volta sono più attinenti a Black Lives Matter (quello vero, non la caciara a cui lo hanno ridotto i media, sia ben chiaro).

Music with a message, come si diceva del Philly Soul per coloro che non si limitavano a menare il capoccione in aria e stavano un minimo attenti a quello che veniva cantato.

Dentro SAULT c’è davvero di tutto: ci sono le radici, c’è il dub, c’è il funk, ci sono pezzi di reggae dimenticati nella stanza e anche qualche suono G-Funk che è rimasto sul fondo dei bicchieri di quelli che hanno finito la festa, i soliti ultimi ad andarsene.

Insomma, c’è un grandissimo caos in SAULT. Perfettamente organizzato e orchestrato.

Quando sono entrato la prima volta in SAULT non me ne sono accorto. Man mano, ascoltando “Untitled (Black Is)” ho scoperto che questo disco è militante tanto quanto Public Enemy, anche se usa colori diversi, pastelli a cera al posto dei marker. Ma si muove da lì.
Forse erano compagni di banco, da qualche parte. Sì, perché SAULT compone dalle strutture hiphop fino a trasformarsi in qualcos’altro. Facendosi anche aiutare da frasi di Malcolm X o da una sequenza posta alla fine del disco che dovrebbe essere il centro focale di parecchia musica black del futuro (sia per come suona sia per quel che racconta).

Presentiamo il nostro primo disco senza titolo per segnare un momento dove noi come persone nere, e di origine nera stiamo combattendo per le nostre vite. Riposino In Pace George Floyd e tutti coloro che hanno sofferto a causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Il cambiamento sta per compiersi. Noi siamo concentrati.

Questo è l’unico messaggio che si legge sul loro sito, più nero di SLRVLTN, forse più nero del nero stesso.

Quello che è rimasto a me di questo progetto al quale auguro di continuare a disturbarci con i suoni caldi del soul, del neo soul e della tradizione black rivisti da talenti incredibili è un punto fermo: la bellezza del nero.

La resistenza, la costanza, la perseveranza, la voglia di uguaglianza e di giustizia. La bellezza.
Perché la bellezza, nera, non la puoi eliminare. Perché la bellezza nera può non essere convenzionale ma spesso le convenzioni puoi buttarle dalla finestra.

SAULT è qui per ricordarlo. A tutti noi.

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