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Whitney Houston: unire i puntini

Whitney Houston: unire i puntini

Whitney Houston è stata una grandissima artista.
Per lo meno per come ce l’hanno fatta conoscere. Un ritratto, quello costruito negli anni, che ha lasciato diversi puntini. Spesso di sospensione.

Alcuni di questi puntini, quelli della trama dietro le luci, dietro i premi, dietro quello che ci è stato “venduto” di Whitney Houston li ha uniti un documentario di Nick Broomfield e Rudi Dolezal “Whitney: Can I Be Me?”

La pellicola racconta, usando alcune performance strepitose di Whitney Houston, una doppia storia. Perché c’è anche quella della cultura americana, della celebrità, delle questioni razziali e dell’autodistruzione. Passate attraverso il prisma di una persona famosa.

Nel documentario è Kenneth Reynolds, direttore marketing della Arista (l’etichetta che ha lanciato e capitalizzato Whitney Houston) ad affermare che per come veniva gestito il repertorio tutte le canzoni che erano “troppo black”, tutti gli atteggiamenti che non erano “standard per gli stereotipi americani trasversali”, suoni che appartenevano in modo deciso alla cultura black, venissero scartati. In favore di tutti quelli che corrispondevano al canone della “Principessa Whitney”.

Il “prodotto” Whitney Houston doveva essere sempre ben compreso nei canoni della ragazzina innocente, non troppo bianca e non troppo nera, che lavorando sodo aveva usato perfettamente talento e disciplina per diventare una splendida regina della musica pop.
A prescindere da tutto il resto e – a quanto pare – a qualsiasi costo.

Una gestione che a conti fatti aprirà la strada ad altre artiste (e mi vengono in mente Mary J. Blige e Beyoncé), ma che pagherà un prezzo altissimo. E lo pagherà Whitney.

Si dice, intanto, che la firma con Arista sia datata 1983 ma il debutto arriverà solo nel 1985.

Due anni di lavoro di “costruzione” non tanto sul talento che è – indubbiamente – cristallino, ma sull’immagine, sull’universo che deve comunicare, sulla “persona” intesa quasi come un alter ego. E durante i quali spuntano le prime crepe in un implacabile confronto fra l'”essere” e l’ “apparire”.

A discapito di introduzioni in cui Whitney è una persona estremamente sofisticata lei si presenta sulle copertine in jeans e t shirt, è a modo nelle interviste, naturale, così come lo è qualsiasi ragazza e non la principessa che veniva loro presentata. Questa era la crepa più evidente, quella che usciva anche in pubblico.

C’è una parte, nel documentario, in cui viene chiaramente portato alla luce il meccanismo inceppato, quel punto in cui Whitney non poteva più nascondere di essere spezzata, dentro, inesorabilmente.

È la lettera di David Roberts, nel 1995, scritta al management nella quale è espressa chiaramente la preoccupazione nei confronti dell’abuso di droghe e dell’influenza malata delle persone che la circondavano. Le cose si mettevano davvero male, bisognava intervenire, era l’unica cosa giusta da fare.

Ma a quel punto per l’entourage sarebbe stato troppo costoso fermare tutto. Fermare i concerti, annullare i tour, recuperare l’essere umano Whitney Houston. Queste persone non se ne curarono e continuarono ad approvvigionarle la droga, fino alla fine, perché era importante staccare i biglietti, vendere i dischi, fare soldi (sì l’hai già sentita anche già avanti questa storia ma non parliamo di Amy, adesso).

David Roberts venne licenziato. Whitney Houston doveva continuare lo show.

Ma qui siamo già praticamente alla fine perché ci sono altri momenti di rottura, gravi, nella vita di Whitney.

Intanto il fatto che per i primi due dischi la comunità nera la rifiutò. Era troppo bianca, era troppo pop, non apparteneva alla loro cultura, su disco le veniva asciugato tutto il soul che lei aveva sul palco, l’immagine era quella di “un prodotto” appunto e non era percepita come vera, reale. Ecco il primo cambio di prospettiva: quello che separa il secondo dal terzo disco. Fuori le cose più pop e dentro Babyface, Luther Vandross e Stevie Wonder. Clive Davis, a capo dell’etichetta discografica, la aiutò in questo senso non ostacolandola, cercando di trovare una mediazione. Funzionò, in parte.

Del resto, lei poteva permettersi di dettare le regole e di dire alcuni “no”, era una macchina da soldi.

E poi c’era ancora al suo fianco Robyn Crawford, la sua assistente e da sempre la sua migliore amica. Una forza positiva che tentava, spesso senza riuscirci, di riportare Whitney a casa.

Come quella volta, nell’edizione del 1989 di Soul Train Music Awards quando si accese il rapporto tra Whitney e Bobby Brown. Quando il pubblico accolse malissimo Whitney, alimentò ulteriormente la ricerca di componenti scabrose nella sua vita privata “perché, del resto, lei è fake e noi vogliamo la verità” (bisognerebbe imparare a lasciarle stare, le persone).

Ma quella sera, quella scintilla, generò una narrazione che metteva tutto a posto: Whitney sposa Bobby Brown – icona del maschio nero che ce l’ha fatta – e quindi la principessa trova il suo principe azzurro. Ma le cose non restano così a lungo quando si spengono i riflettori.

In un colpo solo si cancellano le polemiche sulla blackness, sull’orientamento sessuale, sul rifiuto a cui è stata sottoposta dalla comunità nera. Ma si accendono le luci su un rapporto che nasce da circostanze difficili e non è sano sin dall’inizio all’interno e all’esterno.

La prurigine dei media che li assedia costantemente per alimentare gossip e polemiche, il fuoco incrociato di calunnie, di opinioni non richieste amplificate in tv e sui giornali, le continue accuse rivolte a Whitney in merito al suo rapporto con Robyn, il fatto di diventare Whitney e Bobby genitori anche per spegnere le polemiche e le diffamazioni, le scuse – puerili, sciocche, assurde – relative ai ripetuti adulteri di Bobby Brown, la spirale discendente in cui si pone Whitney Houston per scappare dai propri demoni e arrivando a cancellare spettacoli, rendersi spesso impresentabile, essere arrestata due volte durante il periodo del matrimonio per droga e alcol (lo dirà, Whitney, nell’intervista a cuore aperto con Oprah Winfrey chiarendo anche il fatto che Bobby Brown non usò sistematicamente violenza fisica su di lei ma affermando che la violenza psicologica era invece presente).

E poi c’è stato quell’errore, quel passo falso, quella serie tv, ‘Being Bobby Brown’ dove il boomerang ha fatto ritorno da una parte cancellando quell’immagine di principessa di Whitney Houston destabilizzata anche dall’allontanamento del suo mentore Clive Davis dalla sua etichetta discografica e dall’assenza da ormai cinque anni della spalla amica di Robyn Crawford che se ne andò dal management dopo che Whitney rifiutò di farsi aiutare per uscire dalla tossicodipendenza.

Poi il divorzio da Bobby Brown, la difficilissima ripresa per tornare ad agguantare quel posto che le spettava, la voglia di riscatto e la sua dignità splendida raffigurata dalla performance di ‘I Didn’t Know My Own Strenght’, un capolavoro tardivo ma dal significato assoluto.

La fragilità, il non essere riuscita a farcela, il fato, una serie complicata di cause ed elementi. Quella vasca da bagno, quella sera dell’11 Febbraio 2012, dopo un tour disastroso nel 2009 durante il quale il pubblico contestava apertamente la performance non all’altezza e spesso abbandonava la sala prima del termine dello spettacolo, dopo un’altra dose fatale di solitudine, di attitudine volta all’auto distruzione, di una foto (comprata per 85.000 dollari, scelta male, usata peggio, evitabile) che è diventata una copertina di brutto gusto per un disco che brutto non è.
E di quel tour con l’ologramma, di gusto ancora peggiore della copertina.

Di fatto, quando dietro accadeva tutto questo noi eravamo seduti comodi, in platea, aspettando quell’acuto, quella nota e così distratti e accecati dalla bellezza forse abbiamo perso tutto il “blues” che si consumava dietro.
Forse anche noi non avremmo potuto fare nulla.